REPORT AEREOPORTO TEL AVIV BEN GURION 4/11/2017

 

Torino, 7/11/2017

 

Io sottoscritto Marco Monfredini direttore artistico e regista dell'associazione culturale

Anticamera Teatro di Torino, dal 2012 ho avviato insieme a Valentina De Luca,

organizzatrice della stessa, un progetto teatrale e culturale nei Territori Palestinesi dal

nome BORDERMINDPROJECT.

Nel 2012, dopo precedenti esperienze personali di alcuni mesi in Palestina, abbiamo

realizzato la prima parte di lavoro attraverso una residenza teatrale nel centro culturale

Yafa del campo rifugiati di Balata a Nablus, che è sfociato in uno spettacolo sul tema della

separazione e un workshop teatrale con i giovani del centro. Lo spettacolo è stato in

tournée in Italia e ha ottenuto dei riconoscimenti tra i quali miglior spettacolo al

CrashTestFestival.

Nel 2015 abbiamo continuato il lavoro nel campo di Balata, in un centro di aggregazione

giovanile di Gerusalemme e siamo entrati in contatto con diverse realtà teatrali

professioniste palestinesi quali Freedom Theatre, Al Harah theatre ecc... producendo un

documentario sull'esperienza teatrale realizzata in quell'occasione che a breve sarà

presentato pubblicamente.

A novembre 2017 ci saremmo dovuti recare nuovamente nei Territori Palestinesi per

realizzare una serie di workshop con realtà culturali locali quali Sareyyet Dance Company

di Ramallah, Excellence Center for Education and Training Services di Hebron, un gruppo

di giovani del campo di Qalandia, il Freedom Theatre di Jenin e il Khasabi Theatre di Haifa.

Il tema del lavoro e dei vari workshop teatrali sarebbe stato: “Quali conflitti genera il

conflitto?”

Per la realizzazione di tali attività abbiamo selezionato in Italia tra settembre e ottobre

attraverso dei provini e dei successivi incontri, due attrici e un interprete italiano-arabo:

Giulia Berto, Alice Fusaro e Mahammad Omar Ellouzi, tutti cittadini italiani. Omar ha anche

un passaporto marocchino essendo nato a Marrakesh e trasferitosi in Italia all'età di 6

mesi.

Il giorno 4 novembre 2017 alle 11:35 circa ora locale siamo partiti da Milano Malpensa e

atterrati presso l'aeroporto di Tel Aviv e ci siamo sottoposti ai controlli dell'immigrazione

israeliana dichiarando che saremmo entrati nel paese come turisti, consapevoli del fatto,

come è ben noto, che rivelando il vero motivo del viaggio saremmo stati immediatamente

rimandati indietro, come già successo a molte persone. Io e Valentina, con evidenti

esperienze in passato nei Territori, avremmo attraversato il desk dell'immigrazione

separatamente dal resto del gruppo.

Io, Valentina, Alice e Giulia abbiamo ricevuto immediatamente il visto d'ingresso, abbiamo

ritirato il bagaglio imbarcato e siamo usciti nella hall dell'aeroporto. Omar invece, che si

trovava dietro alle ragazze, è stato fermato dal personale dell'aeroporto dopo il solo

controllo del passaporto ed essersi anche lui dichiarato turista. E' stato subitaneamente

accompagnato in un'apposita saletta in attesa di un interrogatorio.

Il resto del gruppo, nell'attesa di ricevere notizie, si è occupato di sbrigare le pratiche di

noleggio di una macchina prenotata dall'Italia presso gli uffici del secondo piano. Trascorso

diverso tempo, tramite messaggi whatsapp, abbiamo tentato di metterci in contatto con

Omar. E' iniziato uno scambio tra lui e Valentina, nei quali ci comunicava, quando ne era in

grado, tutto quello a cui veniva sottoposto e alle loro richieste.

L'interrogatorio di Omar è stato incentrato sulle sue origini arabe e sull'esperienza in

associazioni umanitarie islamiche presso le quali ha prestato volontariato, subendo

controlli al cellulare, alle mail e i social network. In un secondo momento gli hanno

richiesto informazioni sulle altre passeggere e sul reale motivo del suo viaggio. Lui ha

continuato a mantenere la dichiarazione precedente.

Dopo circa due ore all'altoparlante dell'aeroporto è stato chiamato il nome di Valentina De

Luca, indicandole di recarsi con urgenza all'ufficio informazioni. Dopo pochi attimi si sono

presentati un uomo e una donna in borghese prelevando, dopo un controllo dei passaporti,

tutto il gruppo. Siamo quindi stati portati nella saletta dove era presente anche Omar e

altre persone di diversa nazionalità. Da quel momento sono iniziati per ore e a più riprese

degli interrogatori incrociati a tutti noi, in maniera separata presso apposite stanzette. Nei

confronti di Valentina sono state intimate parole quali: “Se non dici la verità tu e i tuoi

amici passerete dei guai seri”.

Ognuno a suo modo, in quella situazione molto difficile e con molta pressione da parte

della polizia, ha portato avanti le proprie motivazioni e smentito o meno le precedenti

dichiarazioni. In diversi momenti non ci hanno consentito di parlare tra di noi. Durante gli

interrogatori erano presenti più persone che con strategie e metodi diversi hanno diviso il

gruppo e pressato psicologicamente ognuno di noi; hanno requisito i telefoni consultando

liberamente ciò che volevano, hanno preteso indirizzi mail e identità sui social.

A me per primo, che ho deciso di non cedere alle loro insistenti accuse, hanno consegnato

un foglio di accesso negato al paese con una motivazione del tutto non rispondente alla

realtà: “Prevention of illegal immigration considerations”, pur avendo attraversato

precedentemente in maniera regolare i controlli, essere stato richiamato indietro da loro e

non aver in alcun modo tentato di entrare irregolarmente nel paese. Dopo poco tempo e

altri interrogatori lo stesso foglio è stato consegnato a Giulia, Valentina e Omar. A

quest'ultimo in aggiunta alla motivazione pronunciata per gli altri è stato indicato “Public

security or public safety or public order consideration” (Vedi allegati).

In quel momento non avevamo nessuna notizia di Alice. In tutte le fasi precedenti e

durante gli interrogatori siamo riusciti a metterci in contatto con un nostro amico italiano

in Ramallah, che a sua volta ha comunicato al Consolato Italiano cosa stava accadendo,

potendo metterlo nella condizione di intervenire. A un certo punto il personale della

security, dopo il probabile intervento del Console, è venuto insieme ad Alice (che come

abbiamo saputo successivamente aveva dichiarato il reale motivo del viaggio in una

seconda fase di interrogatorio) a chiamare Giulia. In quel momento ci è stato impedito di

comunicare con loro per sapere cosa stesse accadendo e dove le stessero portando.

Abbiamo scoperto solo successivamente, tramite uno scambio di messaggi, che a Giulia

era stato revocato il diniego d'entrata e avevano concesso ad entrambe di entrare nel

paese con un visto limitato di 8 giorni.

Sono state fasi molto concitate, considerata anche la stanchezza accumulata per essere

svegli dall'una di mattina ed essere stati sottoposti a questo trattamento per ore. Ci siamo

trovati nella situazione in cui il gruppo era separato e impossibilitato a comunicare in

maniera adeguata. Come responsabili del progetto non eravamo più nelle condizioni di

assistere le due ragazze che erano venute lì con noi e si erano ritrovate improvvisamente

da sole. Eravamo consapevoli che avevano dei contatti con parenti che in quel momento si

trovavano in Israele in vacanza e che sarebbero riuscite a farsi spedire dei soldi e si

sarebbero recate in un hotel a Tel Aviv. Per diverso tempo non abbiamo ricevuto notizie

dalla polizia sul nostro conto, nonostante insistenti e ripetute richieste. Siamo stati scortati

nell'andare in bagno. Mi sono preoccupato di poter restituire le chiavi della macchina presa

a noleggio, e anche in questo caso sono stato scortato fino all'ufficio del noleggiatore.

Dopo diverso tempo siamo stati caricati su un furgoncino blindato dotato di una gabbia

interna con il solo bagaglio a mano, obbligandoci, nonostante le nostre insistenze per

portarla con noi, a lasciare la valigia più grande di cui si sarebbero occupati loro. Ci hanno

comunicato frettolosamente che ci avrebbero portato in un posto dove avremmo passato

la notte fino al nostro rimpatrio che forse sarebbe potuto avvenire il giorno successivo.

Dopo un percorso di una quindicina di minuti e un'attesa di altri quindici davanti a un

cancello, siamo stati fatti entrare in una struttura decadente e lurida dove ci hanno fatto

lasciare i bagagli e tutti gli effetti personali compresi cellulare e vestiti. Ci hanno

consentito esclusivamente di portare i soldi e delle medicine che mi occorrevano. Ci

hanno consegnato unicamente un lenzuolo e un panino imbustato e dato un bicchiere

d'acqua.

Valentina è stata separata da noi, nonostante io abbia chiesto ripetutamente di farci

restare insieme. Siamo stati quindi portati tutti in una cella detentiva in condizioni penose

e con altre persone di nazionalità di prevalenza ucraina, moldava e russa. Dopo circa

un'ora siamo stati sottoposti ad una ridicola visita medica. E' stata bruscamente respinta

la mia richiesta di poter solamente parlare con Valentina per accertarmi delle sue

condizioni.

La convivenza con altre persone sconosciute, l'impossibilità di comunicare a causa di una

lingua non comune, l'impossibilità di conoscere il motivo della loro detenzione non è stata

semplice, soprattutto in virtù del fatto che sia io che Valentina avevamo con noi in tasca

una rilevante somma di denaro contante utile al progetto. Siamo solo riusciti a capire che

diversi di loro si trovavano in quella cella da giorni in attesa di essere rimpatriati ma senza

avere notizie precise in merito. E' stato umiliante e disumano essersi trovati senza nessun

motivo criminoso in una cella detentiva in condizioni inumane e privati della nostra libertà,

senza poter avere contatti con l'esterno. In quel momento nessuno sapeva dove e in quali

condizioni ci trovassimo. E' stata lesa la nostra dignità di persone e di cittadini italiani.

Siamo stati messi nella condizione di non avere più diritti e nessuna tutela.

La mattina seguente, dopo aver dormito con gli stessi vestiti che indossavamo da più di 30

ore, senza poterci cambiare d'abito e poter utilizzare una doccia, a causa delle pessime

condizioni igieniche presenti, ci sono stati riconsegnati i bagagli e siamo stati caricati su un

furgone blindato che ci ha portato in una saletta dell'aeroporto dove siamo stati sottoposti

a degli approfonditi controlli su noi e i nostri bagagli. Segnaliamo l'evidente

discriminazione avvenuta durante le ispezioni nelle quali Omar, a differenza di me,

Valentina e un altro signore georgiano, ha dovuto subire perquisizioni corporali, comprese

le parti intime. Solo in questo momento abbiamo avuto la possibilità di lavarci

frettolosamente i denti e cambiarci la maglia.

Siamo stati quindi nuovamente caricati sul furgone che ha girato per più di 30 minuti tra le

piste dell'aeroporto scortando prima il signore Georgiano sul suo volo e successivamente

noi sul nostro. Abbiamo chiesto sia in questo momento che in precedenza che si

assicurassero che la nostra valigia, lasciata la notte precedente in loro custodia, fosse

stata imbarcata, ricevendo tutte le volte superficiali e disinteressate rassicurazioni. I nostri

passaporti sono stati consegnati al personale di bordo della compagnia aerea Easyjet che

ha avuto l'incarico di restituirli solamente alla polizia all'arrivo in Italia. In condizioni

igieniche sgradevoli, al nostro arrivo in Italia siamo stati caricati da una pattuglia della

polizia che ci ha accompagnati oltre i controlli di sicurezza e ci ha riconsegnato dopo

alcune pratiche i nostri documenti. Ci siamo quindi recati al ritiro bagagli dove, come

immaginavamo, non abbiamo trovato la nostra valigia, mai spedita. Abbiamo dovuto

quindi attivare le pratiche per lo smarrimento bagagli.

Le due ragazze si trovano in questo momento in aeroporto in Israele. Abbiamo provveduto

a comprare a nostre spese i biglietti aerei con i quali oggi, 7 novembre, alle ore 21.30

rientreranno in Italia.

 

Marco Monfredini

Valentina De Luca